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lunedì 4 aprile 2011

R-EVOLUTION


È rivoluzione quando un corpo celeste ruota intorno al proprio centro di gravitazione. Il movimento presuppone, prima d'ogni altra cosa, l'esistenza d’un orizzonte, il luogo dove spazio e tempo cessano d'esistere, dove la cosa e il processo si mescolano al punto da confondersi l'un con l'altro.
Ambiguo l'orizzonte, ambiguo e sfuggente, stabile e instabile, cangiante e versicolore.
È rivoluzione il cambiamento di una qualche struttura politica esistente, il rovesciamento della trama sociale della realtà.
Oggi l'orizzonte serve a definire l'incontro tra quel che c'è e quel che non c'è, acquista un simbolico valore di prognosi, se non addirittura profetico.
Ambiguo l'orizzonte, ambiguo e sfuggente, stabile e instabile, cangiante e versicolore.

Mettere in discussione l’orizzonte oggi, è chiamarne in causa la forma e la natura, la funzione e l’artificio; mettere in discussione l’orizzonte ha da sempre significato lo sconvolgimento repentino dell’ordine esistente sulla faccia della Terra.
E allora, non potrà che essere rivoluzione. La realtà s’incontra con l’originaria versione, la prima linea, il confluire caotico dei processi.




Farinelli F., L’invenzione della Terra, Sellerio Editore, 2007.
Magritte R. I misteri dell’orizzonte, 1955).

sabato 26 marzo 2011

STRAN(ier)OMAVERO: 9-11 settembre, Palermo: Workshop EATGA for Trans-...

STRAN(ier)OMAVERO: 9-11 settembre, Palermo: Workshop EATGA for Trans-...: "Workshop EATGA European Association for Trans-cultural Group-analysis 9/11 September, Palermo (Italy) Palazzo Steri Chiaramonte, Hotel d..."

sabato 12 febbraio 2011

Melodia gitana

a Maurice


Continuava a suonare nella notte, lui, che non aveva ancora capito che la vita era solo un soffio di gelo.Continuava a sognare su quel ciglio di strada, lui e la sua fisarmonica. E suonava una melodia sfrenata, carica di speranze inattese, di sogni proibiti. Sopraggiungeva l’alba e Maurice non aveva paura, perché amava la luce, lui che viveva la notte, Maurice che scappava di giorno, lui, invisibile tra i visibili. Giunse presto la luce e con essa svanì la magia di una notte. Come tante.
Quel giorno trovarono una fisarmonica sul ciglio della strada e una vita restituita al gelo.
Eppure era stato solo un soffio.
Durato un’eternità.

Un soffio
Maurice.


G.M

lunedì 6 settembre 2010

Terremoto iperreale




In tempo, quale tempo ...

domenica 6 giugno 2010

Il viaggio inciso


Viaggio inciso è un laboratorio pensato e proposto come ultima tappa di un percorso didattico sul viaggio con gli studenti rifugiati della scuola di italiano.
Ne trovo traccia sul web e mi ritrovo a sfogliare disegni, pensieri, a ripercorrere storie attraverso linee, contorni, graffi, parole.. l'espressione prima di tutto, l'incisione il mezzo:

" Ricoprire con materia pastosa, passare e ripassare, otturare i buchi, quanta parte si ricopre? Un pezzetto, il foglio intero, la cornice o il centro… e quante volte?
La prima forse è timida, tre, quattro strati, fino a consumare tutto il pastello per poi utilizzarne un altro e poi un altro ancora. Ricoprire velocemente, stratificare con minuzia è un momento catartico che ricorda quel gesto comune e abituale che compiamo per 'coprire i ricordi'.
A volte la materia si confonde e si mescola in un colore melmoso. Ma solo dopo aver compiuto tutte queste azioni si apre la possibilità di far riaffiorare un ricordo incidendolo, grattandolo via fino a quando affiora con la sua luce.
Uno scavare sottile, uno scavare certosino, in cerca del proprio ricordo.
La memoria riaffiora delicatamente dalla stratificazione pastosa dei colori. Il 'troppo' ricordare, ciò che non si vuole ricordare come ciò che non si può dimenticare, la violenza della memoria o la memoria della violenza, ha bisogno di un processo di cauta sottrazione per venire alla luce.."

http://www.asinitas.org/viaggi/index.html

Da questa idea è nata la mostra GeografiExtraVaganti - luoghi e percorsi della migrazione (Roma 11-18 giugno 2010)
http://geografieextravaganti.blogspot.com/p/una-tappa-del-viaggio.html

Attraverso miniature, modelli, disegni, elaborati all’interno di questo percorso laboratoriale, si cerca, così, di creare connessioni in un'unica grande installazione-paesaggio.

Sul sito di Asinitas troverete una parte di questi disegni, osservate, leggete storie.

sabato 24 aprile 2010

Ἀτλαντίς


.. si spezzò la terra, la collina fu circondata dalle acque, si crearono zone alternate di mare e di terra, le une concentriche alle altre, ve ne erano due di terra e tre d'acqua, circolari come se lavorate al tornio, avendo ciascuna la circonferenza equidistante in ogni punto dal centro, di modo che nessuno potesse giungere all'isola, dato che ancora non esistevano navi [1] (cit. Platone in Vidal-Naquet, 2006).

L'isola, era diventata ormai un'enorme "triplice cinta" di terra e di acqua, un vero e proprio labirinto terreno ..



[1]Si racconta che su questa terra avesse la sua dimora un uomo primordiale, nato dal suolo; si chiamava Evenore e aveva una moglie chiamata Leukippe, ed essi avevano un'unica figlia, Clito. La fanciulla era già donna quando il padre e la madre morirono; Poseidone, signore del mare, si innamorò di lei e spezzando la terra, circondò di acque e terra la collina sulla quale ella viveva, rendendola così inaccessibile agli umani (Vidal-Naquet, 2006).



martedì 9 marzo 2010

Attraverso


Alzi la mano chi non ha mai provato a guardarci dentro..


"Alice stava sulla mensola del caminetto mentre diceva così, sebbene non sapesse spiegarsi come fosse arrivata lassù. E certo il cristallo cominciava a svanire, come una nebbia lucente.

L'istante dopo Alice attraversava lo specchio e saltava agilmente nella stanza di dietro. La prima cosa che fece fu di guardare se ci fosse il fuoco nel caminetto, e fu tanto contenta di vedere che ce n'era uno vero, pieno di fiamme vive, come quello che aveva lasciato nel salotto.

«Così, qui starò calda come nell'altra stanza, - pensò Alice, - più calda, veramente, perchè qui non ci sarà nessuno che mi farà allontanare dal caminetto. Che bellezza, quando mi vedranno attraverso lo specchio e non potranno toccarmi!»

Poi cominciò a guardare intorno intorno, e si accorse che ciò che poteva essere veduto dalla vecchia stanza era comune e poco interessante, ma che tutto il resto era assolutamente diverso. Per esempio, i ritratti appesi al muro sembravano tutti vivi e lo stesso orologio sul caminetto (come comprendete, nello specchio si vedeva solo la parte di dietro) aveva la faccia di un vecchietto e sogghignava.

«Questa stanza non è tenuta pulita come l'altra» - diceva Alice a sè stessa, vedendo alcuni pezzi della scacchiera fra la cenere del focolare; ma un istante dopo con un piccolo «oh» di sorpresa s'inginocchiò per guardarli. Innanzi ai suoi occhi i pezzi della scacchiera sfilavano per due.."


شاه مات !

(shah mat)


Carrol L., Attraverso lo specchio, OscarMondadori Edizioni, 2010, 145-147.

giovedì 18 febbraio 2010

Il sogno di Scipione

- appunti di viaggio -

Quando il gioco diventa prospettico e la distorsione quantica


sabato 13 febbraio 2010

Alchemico




"Ogni tipo di linguaggio tende sempre a una forma, alla chiusura formale. Diventa significativo, allora, proprio nelle fessure degli argini, dove qualcosa sfugge. Se tutto si articola in un continuum uniforme non c'è più spazio alcuno per vivere un'esperienza.."


The Act of Seeing - l'atto di vedere - W. Wenders


giovedì 26 marzo 2009

Renè Magritte, Decalcomanie, olio su tela, 1966.

Guardarsi allo specchio è come morire..

sabato 14 marzo 2009

Imago Mortis



Ancora ricordo quell'ultimo soffio di gelo innanzi all'immane, e tu stavi lì, ferma, a guardare Lei che era parte di te.
Eppure ricordo..

lunedì 8 dicembre 2008

VISIONI


Una domenica mattina, una macchina fotografica, un paio di scarpe ormai andate e su, si va.. Cominci a vederla passo dopo passo, tra gli alberi, tra le fronde verdeggianti e ti rendi conto di quanto sia diversa.


Ti vedo ma non ti sento, ti cerco ma non distinguo. Ci sei, ma sei così lontana, lontana..


Eppure anche da qui ci sono, lontana da te e quanto più vicino a me; qui, da sola, a rendere un'immagine di te, ancora una volta, attraverso me.



Gisella Meli

domenica 23 novembre 2008

Scrivere per sopravvivere

Dalla lettura di "Se questo è un uomo", stralci di parole buttate su carta decenni or sono:

La shoah tra ricordi e silenzi
Scrivere per sopravvivere.

“Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi, ripetetele ai vostri figli..”.

Così Primo Levi, chimico torinese di origine ebraica catturato dalla milizia fascista, inizia il suo memoriale; un’analisi fondamentale della storia del lager e al tempo stesso dell’umiliazione, della degradazione dell’uomo prima ancora della sua definitiva soppressione nello sterminio di massa.
20 Gennaio 1942: Adolf Hitler vara la “soluzione finale”, la tristemente nota shoah, ordinando così lo sterminio sistematico di milioni di ebrei.
Un crimine contro l’umanità, uno sterminio pianificato e legalizzato, degrado fisico e morale, totale spersonalizzazione dell’uomo, lotta per la sopravvivenza, questa è stata la shoah. La risultante di un percorso millenario, di un estenuante antisemitismo ereditato nei secoli e radicato nella coscienza collettiva. Anni di violenze costanti, il dolore dell’esilio, la ghettizzazione, gli stermini di massa, hanno raggiunto con essa l’effetto finale: la conversione dell’antigiudaismo ereditato dal passato in ideologia politica.
Un’esperienza dolorosa quella del lager, che ha segnato definitivamente la vita dei superstiti, di coloro che hanno visto e provato sulla propria pelle la vergogna, l’onta dell’offesa e nonostante ciò il bisogno di sentirsi uomini al di là di ogni abbrutimento. Impossibilità a dimenticare, bisogno di ricordare, di raccontare quello che è stato, sono queste le trame entro le quali si tessono le maglie della scrittura.
Dalla lettura di "Se questo è un uomo" (1947) di P. Levi, due i punti di domanda: che cosa ha rappresentato per Levi lo scrivere? Levi ha mai perso se stesso?
Credo che il modo migliore per capire, sia proprio quello di partire dalla sua esperienza letteraria, che nasce proprio dal bisogno di raccontare al mondo intero ciò che è stato, “le mie cose” come lui stesso dirà. Se questo è un uomo, ce lo chiediamo noi in prima persona leggendo una delle sue opere. No, non è più un uomo chi è costretto ad obbedire ciecamente, a marciare senza sbagliare un passo per non essere colpito, a non avere speranza nel domani, a lasciarsi vivere. Non è più un uomo chi è continuamente braccato dalla morte, che può arrivare dalla fatica, dalla dissenteria, dalla selezione, mentre il suo essere si abbruttisce, perdendo in quella disperata lotta per la sopravvivenza “l’umanità dei sentimenti”. Ma come si può resistere in una condizione come quella?
Levi ci risponde raccontandoci di Krauss e del falso sogno che lo fece contento, quello stesso sogno a cui lui stesso volle credere e che per un breve momento li rese meno infelici. Ed è nell’immaginario dunque, nel SOGNO, che il prigioniero attinge la forza per andare avanti, acquista la dignità di non lasciarsi travolgere. Quella stessa dignità portò Levi alla salvezza, se potremmo così effettivamente chiamarla: come poter in effetti dimenticare?
Forse lo scrivere poteva essere per lui, come lo è stato per molti superstiti, fonte di liberazione, di riscatto, un modo per superare quei brutti momenti, per andare oltre insomma; nell’appendice al libro leggiamo: “ho scritto il libro appena sono tornato, nel giro di pochi mesi: tanto quei ricordi mi bruciavano dentro..”, un’ affermazione forte questa, che induce a riflettere. Tra le pagine di Se questo è un uomo emerge una realtà dura, difficile da dimenticare, ma ciò che più di ogni altra cosa colpisce me lettrice, è il modo in cui l’autore espone la vicenda. Più di una volta mi sono ritrovata spiazzata dalla lucidità con la quale affronta la narrazione; la descrizione del lager, dei prigionieri, degli espedienti utilizzati da questi ultimi per continuare a sopravvivere (vedi in “al di qua del bene e del male”), la classificazione che fa tra sommersi e salvati, tutto viene scandagliato con la massima razionalità: è disarmante come attraverso la scrittura riesca a rivivere tutto per la seconda volta.. “Si immagini ora un uomo a cui, insieme le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso..”; e Levi, adesso mi chiedo, Levi ha mai perso se stesso durante e dopo quell’inferno?
Per poter rispondere a questa domanda con maggiore certezza, credo che occorra un termine di paragone, qualcuno che in quell’inferno abbia davvero perso se stesso: Ka-tzetnik 135633, questo è il suo nome, o almeno così si faceva chiamare da quando lui da quell’inferno era tornato, e questa la sua testimonianza resa durante il processo Eichmann (udienza n. 68, Gerusalemme 7 Giugno 1961) che mi sento qui di proporre alla vostra attenzione.

Dal processo Eichmann:
“Procuratore generale: Per quale motivo, signor De-Nur, nelle sue opere ha nascosto la sua identità dietro lo pseudonimo “Ka-tzetnik”
De -Nur: Non è uno pseudonimo, non mi considero uno scrittore o un autore di materiale letterario. È una cronaca del pianeta Auschwitz. Vi sono rimasto per quasi due anni. Lì il tempo non ha la stessa unità di misura che ha sulla terra [..]. Gli abitanti di quel pianeta non avevano un nome, non avevano genitori e nemmeno figli. Non si vestivano nello stesso modo come si fa qui sulla terra. Non erano nati lì e non procreavano. Respiravano in accordo con delle leggi naturali diverse. Non vivevano - e neppure morivano - in base alle leggi di questo mondo. Il loro nome era: Ka-tzetnik n°..” (Udienza n. 68, 1961).
Quando i giudici gli chiesero se lui, Yehiel De-Nur, fosse Ka-tzetnik, cadde a terra privo di sensi.


Quando lessi la sua testimonianza non lo nego rimasi colpita, pensai subito che se avessi letto una delle sue opere, confrontando la sua esperienza con quella di Primo Levi sarei riuscita a trovare una risposta alla mia domanda. Shiviti è la testimonianza di un uomo che ha bussato alle porte dell'inferno per scoprire il significato di ciò che aveva vissuto molti anni prima, nel campo di sterminio di Auschwitz. Scritto dieci anni dopo l’esperienza terapeutica a base di LSD in Olanda insieme al prof. Bastiaans, lo psichiatra che per primo aveva studiato la “sindrome da campo di concentramento”, Shiviti è il racconto di una presa di coscienza; una volta tornato in Israele ne inizierà la stesura: “sulle loro ceneri avevo promesso che sarei stato la loro voce e, quando avevo lasciato Auschwitz, erano venuti via con me..”. Passeranno ben dieci anni tra sedute psicoterapeutiche e scrittura; al dottor Bastiaans dirà: “non sono venuto qui da paziente, ma perché ho saputo che lei possiede la chiave di un cancello che da tempo sto cercando di varcare. Per cui la prego di aprirmi quel cancello, ma una volta entrato, di volermi per cortesia lasciare lì, da solo”.

Quello stesso cancello è stato più volte varcato da Primo Levi, con la lucidità di chi non ha paura a varcare le porte dell’anima; sono fermamente convinta, adesso più che mai dopo le letture fatte in quest’ultimi giorni, del fatto che Levi, non avesse perso se stesso, nonostante tutto; il lavoro come chimico al laboratorio, il contatto con Lorenzo, un civile che lo aiutò durante gli anni di prigionia, il rapporto umano con Alberto, gli permisero di non dimenticare la sua umanità. È il dopo quello che mi lascia perplessa. Cosa è successo dopo? Dal 1947 al 1987 l’autore scrive senza sosta, lui stesso dirà: “scrivo quello che non saprei dire a nessuno..”. Questo bisogno di voler raccontare agli altri, di voler capire quello che è stato, è così forte da spingerlo a varcare più volte le soglie di quel cancello, la cui scritta arbeit macht frei lo tormentò più volte nei suoi sogni, come l’autore stesso dirà.
Chissà, forse anche lui, alla fine è rimasto intrappolato dai suoi stessi ricordi, vittima consapevole di quella sua necessità a voler razionalizzare quanto la memoria riportava alla luce.. ma credo che questo non potremmo mai saperlo.
Ebbene, proprio lui che aveva lottato con tutte le sue forze per vivere, per non essere un “sommerso”, alla fine non ce l’ha fatta.
La shoah, un dolore troppo grande per essere attutito dai ricordi. Rimbombano forti le parole di Levi a riguardo: “..poiché [..] nessuno mai ha potuto cogliere meglio di noi la natura insanabile dell’offesa, è stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa [..] spezza il corpo e l’anima [..] si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, [..] come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia..”[1].
Alla fine ha proprio rinunciato... era l’11 Aprile 1987.
Di lui ci rimane la sua testimonianza, il suo voler indurre tutti a conoscere, a giudicare, a non dimenticare, affinché quella triste vicenda sia un riscatto pagato per le future generazioni, che non debbano mai fare o subire altrettanto. Riguardo le cause della sua morte, molto si è detto, molti pensano al suicidio, in pochi a un malore, una cosa però è certa, Levi non ha o non ha potuto dimenticare.
Da La Tregua:

“.. ora abbiamo ritrovato la casa, il nostro ventre è sazio, abbiamo finito di raccontare. È tempo. Presto udremo ancora il comando straniero: “wstawac” (11 Gennaio 1946).

Gisella Meli



Riferimenti bibliografici
Primo L., Se questo è un uomo, Einaudi Editore, 2005.
Per la testimonianza di Yahiel De-Nur si rimanda al sito:
http://www.albertomelis.it/ebraica.scrittori.israeliani.ka.htm
[1] Da La Tregua di Primo Levi, Einaudi Editore.

martedì 18 novembre 2008

Sentenze




Per un attimo ho chiuso gli occhi, ti ho visto.

Tu solo sai l'invidia che ti porto ..

G. Meli



mercoledì 29 ottobre 2008

ReSiDuO


27 ottobre 2008

Aspetto in silenzio
l'eco dell'evento.
Sussurro sottovoce
ciò che forse non sarai più,

LIBERA.

G. Meli

giovedì 23 ottobre 2008

Ricordi di vita passata

Apro un cassetto, ricordi di vita passata. In alto un titolo, STORIA D'OMBRA, a seguire la mia storia:

“Lì nel regno dove tutto è uguale, dove l’acqua sa di niente, dove il sole mostra la vera natura delle cose, tutto passa inosservato, tutto si unisce e si confonde nell’inesorabile buio dell’esistenza. Più vicino di quanto pensiate, al di là della più cupa indifferenza, eccolo lì innanzi ai vostri occhi il Regno delle Ombre [..] ”.
Stava ferma a guardare fissa il vuoto, non riuscivo a capire cosa stesse provando, i suoi occhi erano come cristallo, soltanto una luce li penetrava rendendoli inermi al mio sguardo. Fu in quel preciso istante che percepii la sua sostanza, per la prima volta la vedevo..

G. Meli - da Storia d'Ombra-

lunedì 13 ottobre 2008

Diamogli spazio..

Le città e gli occhi. 2.


"È l'umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su: davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s'impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, i tombini, le resche di pesce, la cartaccia. Non puoi dire che un aspetto della città sia piú vero dell'altro, però della Zemrude d'in su senti parlare sopratutto da chi se la ricorda affondando nella Zemrude d'in giù, percorrendo tutti i giorni gli stessi tratti di strada e ritrovando al mattino il malumore del giorno prima incrostato a piè dei muri. Per tutti presto o tardi viene il giorno in cui abbassiamo lo sguardo lungo i tubi delle grondaie e non riusciamo piú a staccarlo dal selciato. Il caso inverso non è escluso, ma è piú raro: perciò continuiamo a girare per le vie di Zemrude con gli occhi che ormai scavano sotto alle cantine, alle fondamenta, ai pozzi" (ed. OscarMondadori, 2006, 66).




da: Le Città Invisibili di Italo Calvino

martedì 7 ottobre 2008

Sulle vie dei tesori

Sabato 4 ottobre 2008, ore 10.00
Qui, all’ex deposito locomotive di S. Erasmo, la gente attende la guida. Una passeggiata lungo le sponde del fiume Oreto, ma la pioggia imperversa, la gente va via, la visita sarà spostata a sabato prossimo “stessa ora, stesso posto, vi aspetto, mi dispiace ma il mal tempo renderebbe questa una tortura, e noi non lo vogliamo..”
Ore 11.00 un raggio di sole tra le nubi si fa avanti timido e insicuro, decido di iniziare il percorso. Parto dalla foce, lì a S. Erasmo, un pescatore alla riva intento a quello che è il suo sport da sempre, uno spettacolo per gli occhi, il porticciolo di S. Erasmo, la Cala, monte Pellegrino, lì sul fondo, signore incontrastato. L’acqua è limpida, mi ci specchio dentro, ho fatto bene a non andar via, proseguirò il tragitto sul lungofiume, al diavolo il tram, oggi si va a piedi!
Il lungofiume inizia presto a ripopolarsi, per un attimo è forte la tentazione di sedersi ad un bar per ordinare una cioccolata, demordo, la voglia di proseguire il tragitto è tanta, voglio andare in fondo, fin dove lo sguardo mi consente di andare. Sotto il ponte delle “teste mozze”, mai nome fu tanto indicato per ricordare la piccola piramide triangolare in muratura dove venivano appese, a monito dei passanti, le teste dei condannati a morte, un uomo suona la sua fisarmonica attorniato dai passanti. Il prato è ancora pregno della forte pioggia della notte, ma i bambini giocano felici, incuranti dell’umidità; saranno all’incirca le 12.00 affretto il passo, spero di trovare la chiesa della Madonna delle Grazie aperta, è li che vorrei andare..alla Guadagna, pare che sia una chiesa del XVIII secolo, almeno queste sono le poche informazioni che ricordo, barocco romano, due campanili all’esterno, stucchi ornamentali all’interno, non l’ho mai vista, spero di arrivare in tempo.
Già.. in tempo..

Gisella Meli

domenica 28 settembre 2008

un giorno, per caso, un click..



".. SE LE TOCCHI CADONO PER TERRA, FRA TRE QUATTRO GIORNI SI FINISCONO DI CONSUMARE, POI SI BUTTANO A TERRA E STANNO SEI SETTE GIORNI A LAMENTARSI.. COME L'umanità si deve finire di consumare.. "


un click..


http://www.youtube.com/watch?v=QzJUcXU8DJw&feature=related

venerdì 26 settembre 2008

LE VIE DEI TESORI




Visite e incontri nei luoghi dell’Università

Quattro weekend per vivere arte, scienza, natura

Palermo, 26 settembre - 19 ottobre 2008

Ingresso gratuito





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